La sai l’ultima? C’è un cantante…

Stavo ultimando il mio primo anno al DAMS di Gorizia e da un po’ di tempo cantavo in giro per farmi conoscere. Facevo quelle che simpaticamente si chiamano “marchette” nei locali. Imparavo un sacco di brani in poco tempo e cantavo con musicisti davvero bravi. Prediligevo particolarmente il funk, il soul e la black music. Mi sentivo però un pesce fuor d’acqua quando si parlava di musica. Alle prove spesso non sapevo rispondere a delle richieste particolari e a quelle successive cercavo di non ripetere lo stesso errore. Fu allora che mi guardai allo specchio e mi chiesi: we, vuoi parlare di musica o fare musica? La risposta era chiarissima. In men che non si dica mi tolsi dall’università e studiai giorno e notte per l’ammissione in conservatorio. Non avevo alba di nulla, se non sporadiche nozioni molto “alla buona”. Ufficialmente ho iniziato a studiare musica con serietà a ventun’ anni. Ero super vecchia e mi sono data una sola possibilità.

Sono passati più di dieci anni da quel momento davanti allo specchio e meno male che mi decisi ad affrontarlo. I cantanti sono la categoria più presa in giro dagli altri musicisti, perché gran delle volte sono meno preparati. Mi duole dirlo, ma è così. In un contesto professionale è necessario essere pronti su tutto. Non basta il testo, anzi le parole sono l’ultima cosa. Cantare è l’ultima cosa. Bisogna saper trovare la propria tonalità, conoscere il tempo, la struttura e gli accordi del pezzo; se si tratta di brani editi devi aver ascoltato tutte le interpretazioni originali e non (attenzione a queste ultime, perché è necessario saper distinguere le “cragne”, come dico io, dalle cose ben fatte). Aggiungo inoltre che un musicista, senza distinzione di strumento, deve saper trascrivere un brano per capire come funziona. Non esiste alcun libro più esaustivo di un ascolto. Vogliamo parlare delle paranoie sulla voce? L’aria condizionata, il poco sonno … pensa se un bassista iniziasse a chiederti di portargli il suo strumento altrimenti si fa male alle dita. ORRORE!! A nessuno frega di come stai. Vedi della tua voce per conto tuo e porta sempre dietro un kit “salva voce” 🙂 L’autonomia è fondamentale e si conquista, a mio parere, inciampo dopo inciampo, studiando, informandosi, andando ai concerti, guardando e stando vicino ai più bravi di te. La voce è un mondo meraviglioso, con il quale condividi la tua quotidianità. Oggi la ami, domani la detesti. Non esiste una ricetta unica per cantare e saper stare in un contesto professionale. Sono certa di una cosa. La partenza si chiama studiare, studiare e studiare.

Se ti fa piacere condividi la tua evoluzione nel canto. Puoi farlo qui oppure scrivendomi alla mail: nicolettatari@yahoo.it

Piccola nota

“Se un giorno scoprirò che cosa sono, svanirà la curiosità di un viaggio che si chiama vita, dove la ricerca è un respiro”.

Questa è una miniatura che ho scritto per le registrazioni di un podcast sull’attualità. E’ un invito a cercarsi sempre, con la speranza di non trovarsi mai altrimenti, a mio modo di vedere, ci si adagia e si smette di essere curiosi. Ultimamente canto “Piccola nota” alla fine dei miei concerti e la vivo come un promemoria per me e per chi mi ascolta. Il titolo rimanda ad un piccolo brano, ma anche ad un pensiero annotato su un post it di quelli appiccicati velocemente sul frigo. Ho allegato in fondo il pdf del tema del brano. Se hai piacere di leggerlo e creare una tua interpretazione, ne sarei davvero felice. Non dimenticare di condividerla!

La mia personale ricetta per studiare e lavorare

Ingredienti

  • Una dose infinita di ironia
  • Sorella (o fratello), dei super amici pronti ad attutire il colpo dei tuoi momenti down e nel mio caso anche una super persona accanto
  • Progettualità nel presente e nel futuro

Più importante è per te l’obiettivo e più sei disposto a investire il tuo tempo. Sembro spavalda, ma non lo sono affatto. Questa frase l’ho maturata soltanto negli ultimi 3 anni. All’inizio è stata durissima, perché portare avanti gli studi e lavorare nello stesso tempo è molto faticoso. Nel 2016 avevo iniziato finalmente il triennio in conservatorio a Udine dopo due anni di pre-accademico e andai fuori di casa a 24 anni, per dedicare più tempo possibile alla mia crescita nella musica e alla costruzione del mio futuro. Una piccola e dolce casa mi aveva scelta e senza pensarci due volte, ho firmato il contratto d’affitto e dato le prime due mensilità alla proprietaria, che mi sono guadagnata dalla vendita del pianoforte. Nel mio portafogli solo 20 euro e tanta voglia di imparare. Le mie priorità in quel momento erano lo studio e arrivare a fine mese. Facevo tre lavori che svolgevo nei momenti in cui non dovevo andare in conservatorio: all’alba, in pausa pranzo e la sera. Quando studiavo? Nelle ore buca e nei giorni liberi. Ricordo perfettamente che ad un certo punto ero diventata uno zombie dal sonno arretrato. Dopo un po’ di tempo due dei lavori li ho lasciati, per tenere quello in cui mi trovavo meglio non economicamente, bensì umanamente. Perché? La ragione è semplice: se devo fare qualcosa per forza/esigenza/sopravvivenza, l’ambiente deve essere confortevole e le persone con cui lavori simpatiche. Nel mio caso sono stata anche fortunata ad aver trovato un posto di lavoro accogliente. Si chiamava il “Chianti” e si trovava vicino la posta centrale di Udine. Per vivere ho bisogno di ridere e vi assicuro che in questo ristorante, dove ho servito un sacco di piatti eccelsi, ho riso tanto senza mai trascurare il mio dovere ovviamente. Non ho mai fatto pesare a nessuno la fatica che facevo soprattutto ai docenti, perché io stessa non ho mai sopportato i piagnucoloni e poi mi dicevo che qualcuno sicuramente era più in difficoltà di me.

Nel frattempo in quel periodo esploravo il jazz con Dizzy Gillespie, Charlie Parker, Ray Brown, Clifford Brown, Sarah Vaughan, Ella Fitzgerald, Carmen Mc Rae, Monk e tanti altri giganti. Ho riesumato la mia voce dal suo vacillare tra un’afonia e l’altra e l’ho salvata grazie alla logopedia e a delle regole quotidiane molto ferrate. Mi sono appassionata al pianoforte e pian piano anche al mondo dell’arte in generale. Ho iniziato a guardarmi intorno come non avevo mai fatto; per esempio mi stupivo della bellezza del cielo. Ho ampliato il mio ascolto verso l’altro, mi sono detta più e più volte che non ero sola ma attorno avevo una piccola comunità fatta d’amore e cose semplici: il mio fidanzato, mia sorella e i miei amici più cari. Lentamente il tempo me lo sono fatto amico ed io sono rinata pian piano. Se anche tu hai la necessità di mantenerti gli studi, sappi che ce la puoi fare benissimo. Abbi ben presente le risorse di cui disponi e sfruttale al massimo; fai il carico degli ingredienti giusti per te e se ti fa piacere condividi la tua esperienza. Puoi contattarmi qui nel blog.

Dedico questo articolo ai miei ingredienti preferiti: Betty, Alessio, la Paniz, Fede, Francesca detta Antonia, Brasil Love, Sara e Giada 🙂

IN UN MARE DI VOCI

Il mio primo album è nato da una domanda: come ci si sente quando si aspetta per ore su un barcone in mezzo al mare? (la domanda va letta lentamente e ad alta voce). Mi trovavo in Canada nel 2018 e stavo facendo una bellissima gita nella baia di San Lorenzo insieme al mio fidanzato e alla sua famiglia. Ero bella comoda su un grande gommone e aspettavo, come tutti, di vedere le balene che raggiungono la baia per cibarsi. In quel momento di grande privilegio mi sono posta “la domanda” accompagnata, poi, da una forte commozione. Al mio ritorno in Italia ho iniziato a fare ricerca sulle tratte nel Mediterraneo e via terra, ho partecipato a conferenze di avvocati all’università di Roma inerenti al tema … ma soprattutto ho intervistato chi da questi viaggi ne è uscito vivo.

Le interviste sono state la porta principale per accedere a informazioni molto dettagliate e personali e mi hanno permesso di scrivere la musica di “In un mare di voci”. Ho ascoltato tante anime con le quali, prima di attaccare il registratore per immortalare la chiacchierata, ho voluto instaurare un rapporto di fiducia. La composizione dei brani è avvenuta in un periodo molto particolare per tutto il mondo: la pandemia! Ho preso dei dischi come riferimento, che consiglio vivamente di ascoltare: “Long Road” di Antonio Sanchez e “ONA” di Thana Alexa. E poi c’è Pat Metheny che è sempre stato un faro da quando ho iniziato a scrivere musica.

Scrivere le storie degli altri per me è una faccenda molto seria; in un attimo si può cadere nella banalità. Aver guardato quelle persone negli occhi e ascoltato da vicino la loro voce e il loro respiro ed essendomi confrontata con grandi esperti tra i quali il grande giornalista d’inchiesta Fabrizio Gatti1, sono stati momenti preziosi perché ho mantenuto alto il focus sull’obiettivo per me prioritario: informati bene e non mancare di rispetto a chi è alla ricerca della libertà. Il brano a cui sono più legata è “Umano”. E’ un po’ il riepilogo di tutto il disco. “Umano” per me significa non restare a guardare ma aiutare, informarsi, parlare, porsi domande, non giudicare…. . Una grande attrice, Letizia Buchini2, nonché mia ex coinquilina, ha scritto un assolo di voce meraviglioso sulla canzone. Ricordo che eravamo a casa in via delle Fornaci a Udine… quanto ho amato quella casetta! Il tavolo della cucina era ricoperto di giornali, riviste e dei miei appunti sulle interviste. Una storia in particolare aveva catturato l’attenzione di Leti. Si trattava di una ragazza etiope che ho intervistato a Roma, la quale lamentava il fatto che al comune della capitale durante le procedure per i documenti, l’impiegata ha registrato definitivamente il suo nome in maniera sbagliata e si è giustificata dicendo che in italiano quel nome andava scritto così. I nomi non vanno cambiati. Per quella ragazza è stato umiliante registrarsi con una vocale diversa nel proprio nome di nascita. Un nome che la riportava dalla sua famiglia. Un nome che le ricordava da dove veniva. Gli ingredienti importanti di questa produzione sono stati: le interviste, la ricerca e il tempo condiviso con le persone protagoniste di “In un mare di voci”. Musica d’indagine? Come la chiamereste voi questa musica? Prima di rispondermi ascoltate il disco mi raccomando! In un mare di voci è una produzione di Artesuono https://www.artesuono.it/

  1. Consiglio di leggere “Bilal” di F. Gatti (Premio Terzani 2008) per capire come funzionano alcune rotte migratorie ↩︎
  2. Segui Letizia qui–> https://www.instagram.com/letiziabuchini?utm_source=ig_web_button_share_sheet&igsh=ZDNlZDc0MzIxNw== ↩︎

Ciao!